I disturbi alimentari frutto del Covid.

I disturbi alimentari frutto del Covid.

I disturbi alimentari frutto del Covid.

Ecco come il Covid sta cambiando la nostra vita. Uno degli effetti sono I disturbi alimentari frutto del Covid.

Vediamo subito insieme i dettagli su I disturbi alimentari frutto del Covid.

Quando il disagio psicologico si ripercuote sul fisico: stress, depressione, e disturbi alimentari. L’impatto del Covid si declina anche così. Un richiamo importante in occasione della Giornata nazionale fiocchetto lilla per la lotta contro i disturbi dell’alimentazione che cade lunedì 15 marzo.

Le novità 

Diverse le novità di questa edizione, ricorda il professor Giovanni Abbate Daga, docente di Psichiatria presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino. Anche direttore della struttura dedica ai DCA della Città della Salute di Torino. Obiettivo: riconoscere precocemente i disturbi alimentari.

Aumento dei casi 

I numeri, al solito, dicono molto. Fanno fede due articoli recentemente pubblicati: j dati nazionali sono sovrapponibili al Piemonte.

Il primo,  sul “Journal of affective disorders”, si basa sul monitoraggio in 13 regioni con 312 soggetti affetti da disturbi dell’alimentazione  già in cura presso i servizi. Al lavoro, coordinato dall’Università di Napoli, ha partecipato il Centro Esperto delle Molinette di Torino.

All’inizio della pandemia c’è  stato un aumento generalizzato sia dei sintomi alimentari sia dei sintomi legati ad ansia, stress e depressione. Anche un peggioramento del funzionamento lavorativo e sociorelazionale.

Con il passare del tempo le persone si sono adattate, l’aumento delle idee di suicidio e il peggioramento dei sintomi alimentari si è arrestato. Ma ansia e stress, bisogno di controllo e sicurezza, impulsività, sensazione di essere inutili, insonnia, impulsività e attacchi di panico sono continuati impattando pesantemente sulle vite dei pazienti.

Per sintomi alimentari, spiega il professor Abbate Daga, si intende sia un peggioramento della preoccupazione rispetto al peso e al corpo, sia l’alimentazione, decisamente modificata in eccesso o in difetto. In sintesi, aggiunge, al di là dei sintomi specifici gli effetti psicologici della pandemia restano  significativi e possono costituire un terreno predisponente l’aggravamento dei sintomi alimentari e psichiatrici in ogni momento.

Gli inneschi

Il secondo studio, pubblicato su “Eating and weught disorders”, ha visto impegnato lo stesso gruppo di lavoro e la stessa metodologia.

In questo caso 325 soggetti colpiti da disturbi dell’alimentazione, sempre con una maggioranza di persone che soffrono di anoressia nervosa.

La ricerca ha lo scopo di capire quali fattori della pandemia (isolamento, perdita del lavoro, paura del contagio, etc) hanno causato lo sviluppo del peggioramento dei sintomi.

Si è analizzato separatamente ciò che ha fatto peggiorare i sintomi alimentari (rapporto con il cibo e rapporto con il corpo) da ciò che può aver causato il peggioramento di ansia e depressione e si sono trovati fattori in parte diversi per i due diversi gruppi di sintomi.

La paura del contagio e l’isolamento sono fattori che fanno peggiorare sia ansia e depressione sia i sintomi alimentari: chi soffre di disturbo dell’alimentazione ne soffre come tutti gli altri ma con un impatto specifico sul disturbo alimentare. Il peggioramento delle relazioni familiari  e il diminuire del supporto degli amici impattano soprattutto sui sintomi alimentari.

Le terapie e il fattore umano 

Interessante il dato sulle terapie: non è tanto la sospensione/diminuzione del trattamento ad essere descritto come causa di peggioramento dei sintomi (sia generali sia alimentari), ma la diminuita qualità della relazione terapeutica. In altri termini: non è la terapia a mancare, ma la presenza degli operatori e il calore umano che si avverte in presenza con le persone e coi luoghi della cura.

Studio e lavoro 

Un ultimo dato è che il mutamento delle condizioni lavorative e di studio non hanno influito in modo significativo. Per il lavoro probabilmente dipende dal fatto che la maggioranza dei pazienti vive in casa e ha sufficiente copertura economica, per lo studio significa che la dad nonostante tutto compensa abbasta bene per ciò che riguarda il bisogno di conoscenza.

Fonte, la Stampa 

 

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